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affettuoso

Solo il tuo sguardo, tanto basta al treno
semideserto per tessere trame
non comprese di mani
che non parlano e dicono la fame
di cui son colme. Pieno
d’improvviso il vagone, e se domani
(già lo so) non chiamerai, che t’importa
che qualcuno ci veda
che emetta un anatema, una difesa
della pubblica morale… Non è da
me chiudere la porta,
non più, dopo che ho presa
la vita per le corna, ma la paura
che ti frena l’ho colta
in pieno – qui sarò, per la tua svolta,
per un treno che addrizzi la stortura
di stare sempre rinchiusi nell’ombra
di un bacio d’oro e una mente mai sgombra.

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Senza parole

sconfitto

Adesso sei soltanto un volto fermo
nella memoria, un lontano orologio
immobile, un elogio
strozzato in gola, un foglio
bianco e dilaniato. Tutto l’orgoglio
con te è svanito, e si spegne lo schermo
su cui ho incontrato per la prima volta
il tuo sorriso, muto
adesso, spento nei sogni ad imbuto
le notti insonni. Ma anche adesso ascolta
il tuo battito calmo la mia sorda
memoria; e il cuore non canta, anzi: scorda

l’orchestra che squillava quando aprivi
anche solo di poco
le tue labbra alle mie. Il nostro fuoco
s’è estinto in fretta e forse non ha neanche
sfiorato le tue stanche
mani; eppure per te furono vivi
la prima volta vera
gli occhi che aprivo a questo mondo nuovo
e terribile, covo
d’ansie ed ebbrezza che prima non c’era
se non con me soltanto ad ogni notte
mentre tentavo un riparo alle frotte

riottose dei miei spasmi. Quanto pesta
questa rissa di fantasmi che ho in testa.

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Strabico sguardo

eroico

Strabico sguardo assente al vero mondo
tra vuoto cuore oscilla e nuda voce
sfogliata dai rombanti
reietti suoi orrori che nascondo
tra risa non credute e più feroce
risentimento: canti
più non sento. Disciolti ed ululanti
cocci da esistere a oltranza ricerco,
ma oramai più non vedo
e ancora riaddormento il mio aedo
che d’epopee non seppe né d’alterco
abbruttito ma sacro nel suo scontro
armato con il vuoto che v’incontro

quando restio m’acceco di nuovo
e dolore riscovo d’irta noia
ma felice rimango
e distrutto rimando quel che trovo
nel fondo abisso all’infernale gioia
al mortale fandango,
occhio di sabbia di fuoco di fango
che, cieco, m’aiutò a scorgere il cielo
ucciso, ma sincero.
E, come mai prima, ora aspetto e spero
rimpianti che confondo ma non celo,
morti di luce ma vivi d’odore
greve ma vero, ed intensi d’amore.

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Recrudescenza

sereno

Ch’io maledetto sia, a vita, di nuovo
penso al saperti qui, di
poco distante, anche se non m’illudo
che tu venga a salutarmi. Ora guidi
altrove la tua vita, e io ho fatto scudo
della voglia dell’anno
passato, ma figurati se provo
meno angoscia ai tuoi passi che non sanno
(almeno questo mi dico, mentendo,
è chiaro) che non sanno dove prendo
la linfa per sperarti ancora. Presto

perderò del tutto la strada, ma ora
come ora non potrei evitare il guado
che i tuoi occhi di lago
di luna m’aprono ancora se vado
per caso in giro e t’incontro; m’appago
di poco, l’hai capito, ormai: di un attimo
soltanto, che divora
la speranza ed incespica sui fatti mo-
strando la debolezza disperata
dei passi per piacerti. Non è andata,
pazienza, ma apprezzerai la franchezza,

quanto meno, che t’offro e giuro e penso,
anche adesso che non ha più alcun senso.

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Supplica

col cuore in gola

Se sarà mai possibile una scelta.
Per ora so soltanto
il nome di come ho vissuto: forma
finora informe fra le cose, un’orma
scura senza l’incanto
del mistero. Ma dentro a te più svelta
sembra la luce, ed anche
se il giorno tarda ancora, meno stanche

d’un tempo stanno le notti irrequiete
trascorse a lacrimare
colmando di propositi il cuscino.
Già, è vero, qui, vicino
non posso averti adesso, ma se il mare
luminoso mi ha preso, se la rete
ho accettato più calmo
che mai, vorrei tanto sentire il palmo

della tua mano avverarsi e davvero
lenire il mio dolore che ha aspettato
soltanto un tuo segnale
per sbarazzarsi del bene e del male
in barba ad ogni fato.
Mio dio, ti prego, spera quel che spero
anch’io, non farmi il torto
di sparire nel buio mare morto

del passato, e risplendi nel mio mondo
(lo so che è quello che vuoi, in fondo in fondo…)

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affranto

Sempre e comunque e, no, non è per fare
retorica; il dispetto resta vero,
però, per quello che ho disfatto. Spero
sul serio che la troppa
ansia che ho scritto non diventi stoppa
per prosciugare il mare
straripante del bene che ti voglio.
E anche se sullo scoglio

dove t’aspetterò dovessi uscire
di testa, anche se fosse
destino non baciare più le rosse
carrube che ti nascono sul viso
quando ti guardo, se anche il tuo sorriso
starà sempre distante dalle mire
dei miei occhi scontrosi,
delle labbra che tu, dio mio, non osi

più sfiorare, sappi che in ogni caso
non rimpiangerò i tuffi
nel tuo mare rigonfio degli sbuffi
torbidi e sinceri per il rifiuto
che dopo hanno dovuto
darmi. E se non hai preso per il naso
te ed i miei desideri
di vero, chiamami ancora com’eri

felice di chiamarmi in ogni giorno
fortunato: Marchetto, caro, tato…
(Qui ti attendo. Ci sarò, al tuo ritorno)

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cospirante

Rodono ancora? E tu lasciale fare,
non curartene, parti,
piuttosto, fatti furbo e, soprattutto,
non ascoltare quando gonfie e amare
sembra risorgano dal loro lutto:
te le tirano incontro come scarti
ai cani, ma tu buttale
in terra, non guardarle o, se vuoi tutta

la verità, coglile con destrezza
estrema e cresci assieme
a loro, addestrale come la brezza
lusinga il naso, ma guai se distogli
lo sguardo un solo istante, perché il seme
arido sboccia in fretta, in mezzo ai fogli
che asfissiano in segreto,
se lo nutre il possente immenso greto

in rotta dell’angoscia; ascolta: arriva…
L’avverti, il vuoto che interra la stiva?

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