3 agosto 2010 di Marco Aurelio
affettuoso
Solo il tuo sguardo, tanto basta al treno
semideserto per tessere trame
non comprese di mani
che non parlano e dicono la fame
di cui son colme. Pieno
d’improvviso il vagone, e se domani
(già lo so) non chiamerai, che t’importa
che qualcuno ci veda
che emetta un anatema, una difesa
della pubblica morale… Non è da
me chiudere la porta,
non più, dopo che ho presa
la vita per le corna, ma la paura
che ti frena l’ho colta
in pieno – qui sarò, per la tua svolta,
per un treno che addrizzi la stortura
di stare sempre rinchiusi nell’ombra
di un bacio d’oro e una mente mai sgombra.

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29 ottobre 2009 di Marco Aurelio
sconfitto
Adesso sei soltanto un volto fermo
nella memoria, un lontano orologio
immobile, un elogio
strozzato in gola, un foglio
bianco e dilaniato. Tutto l’orgoglio
con te è svanito, e si spegne lo schermo
su cui ho incontrato per la prima volta
il tuo sorriso, muto
adesso, spento nei sogni ad imbuto
le notti insonni. Ma anche adesso ascolta
il tuo battito calmo la mia sorda
memoria; e il cuore non canta, anzi: scorda
l’orchestra che squillava quando aprivi
anche solo di poco
le tue labbra alle mie. Il nostro fuoco
s’è estinto in fretta e forse non ha neanche
sfiorato le tue stanche
mani; eppure per te furono vivi
la prima volta vera
gli occhi che aprivo a questo mondo nuovo
e terribile, covo
d’ansie ed ebbrezza che prima non c’era
se non con me soltanto ad ogni notte
mentre tentavo un riparo alle frotte
riottose dei miei spasmi. Quanto pesta
questa rissa di fantasmi che ho in testa.

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28 luglio 2009 di Marco Aurelio
eroico
Strabico sguardo assente al vero mondo
tra vuoto cuore oscilla e nuda voce
sfogliata dai rombanti
reietti suoi orrori che nascondo
tra risa non credute e più feroce
risentimento: canti
più non sento. Disciolti ed ululanti
cocci da esistere a oltranza ricerco,
ma oramai più non vedo
e ancora riaddormento il mio aedo
che d’epopee non seppe né d’alterco
abbruttito ma sacro nel suo scontro
armato con il vuoto che v’incontro
quando restio m’acceco di nuovo
e dolore riscovo d’irta noia
ma felice rimango
e distrutto rimando quel che trovo
nel fondo abisso all’infernale gioia
al mortale fandango,
occhio di sabbia di fuoco di fango
che, cieco, m’aiutò a scorgere il cielo
ucciso, ma sincero.
E, come mai prima, ora aspetto e spero
rimpianti che confondo ma non celo,
morti di luce ma vivi d’odore
greve ma vero, ed intensi d’amore.

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18 luglio 2009 di Marco Aurelio
sereno
Ch’io maledetto sia, a vita, di nuovo
penso al saperti qui, di
poco distante, anche se non m’illudo
che tu venga a salutarmi. Ora guidi
altrove la tua vita, e io ho fatto scudo
della voglia dell’anno
passato, ma figurati se provo
meno angoscia ai tuoi passi che non sanno
(almeno questo mi dico, mentendo,
è chiaro) che non sanno dove prendo
la linfa per sperarti ancora. Presto
perderò del tutto la strada, ma ora
come ora non potrei evitare il guado
che i tuoi occhi di lago
di luna m’aprono ancora se vado
per caso in giro e t’incontro; m’appago
di poco, l’hai capito, ormai: di un attimo
soltanto, che divora
la speranza ed incespica sui fatti mo-
strando la debolezza disperata
dei passi per piacerti. Non è andata,
pazienza, ma apprezzerai la franchezza,
quanto meno, che t’offro e giuro e penso,
anche adesso che non ha più alcun senso.

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16 luglio 2009 di Marco Aurelio
col cuore in gola
Se sarà mai possibile una scelta.
Per ora so soltanto
il nome di come ho vissuto: forma
finora informe fra le cose, un’orma
scura senza l’incanto
del mistero. Ma dentro a te più svelta
sembra la luce, ed anche
se il giorno tarda ancora, meno stanche
d’un tempo stanno le notti irrequiete
trascorse a lacrimare
colmando di propositi il cuscino.
Già, è vero, qui, vicino
non posso averti adesso, ma se il mare
luminoso mi ha preso, se la rete
ho accettato più calmo
che mai, vorrei tanto sentire il palmo
della tua mano avverarsi e davvero
lenire il mio dolore che ha aspettato
soltanto un tuo segnale
per sbarazzarsi del bene e del male
in barba ad ogni fato.
Mio dio, ti prego, spera quel che spero
anch’io, non farmi il torto
di sparire nel buio mare morto
del passato, e risplendi nel mio mondo
(lo so che è quello che vuoi, in fondo in fondo…)

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7 luglio 2009 di Marco Aurelio
affranto
Sempre e comunque e, no, non è per fare
retorica; il dispetto resta vero,
però, per quello che ho disfatto. Spero
sul serio che la troppa
ansia che ho scritto non diventi stoppa
per prosciugare il mare
straripante del bene che ti voglio.
E anche se sullo scoglio
dove t’aspetterò dovessi uscire
di testa, anche se fosse
destino non baciare più le rosse
carrube che ti nascono sul viso
quando ti guardo, se anche il tuo sorriso
starà sempre distante dalle mire
dei miei occhi scontrosi,
delle labbra che tu, dio mio, non osi
più sfiorare, sappi che in ogni caso
non rimpiangerò i tuffi
nel tuo mare rigonfio degli sbuffi
torbidi e sinceri per il rifiuto
che dopo hanno dovuto
darmi. E se non hai preso per il naso
te ed i miei desideri
di vero, chiamami ancora com’eri
felice di chiamarmi in ogni giorno
fortunato: Marchetto, caro, tato…
(Qui ti attendo. Ci sarò, al tuo ritorno)

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1 luglio 2009 di Marco Aurelio
cospirante
Rodono ancora? E tu lasciale fare,
non curartene, parti,
piuttosto, fatti furbo e, soprattutto,
non ascoltare quando gonfie e amare
sembra risorgano dal loro lutto:
te le tirano incontro come scarti
ai cani, ma tu buttale
in terra, non guardarle o, se vuoi tutta
la verità, coglile con destrezza
estrema e cresci assieme
a loro, addestrale come la brezza
lusinga il naso, ma guai se distogli
lo sguardo un solo istante, perché il seme
arido sboccia in fretta, in mezzo ai fogli
che asfissiano in segreto,
se lo nutre il possente immenso greto
in rotta dell’angoscia; ascolta: arriva…
L’avverti, il vuoto che interra la stiva?

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29 giugno 2009 di Marco Aurelio
rancoroso
Che c’è? Che cerchi ancora? Non ti basta
presentarti da sempre negli attimi peggiori?
E anche adesso, qui fuori,
quando fuggo gli altri e te pure assieme
a loro, vieni e parli, tu, la casta
vestale che mi preme
sempre a sé, ma non tace;
dimmi: che ti costa lasciarmi in pace?
Che vuoi? Parole? ‘Amore’? Vuota il sacco
e poi sparisci, vattene, non stare più a seccarmi!
Ma cosa dico… Di armi
non ne ho poi così tante da costringerti
a sfuggirmi, e tu godi a far la sfinge,
e minacci lo scacco
del cuore ad ogni passo
tra i tuoi occhi, anche se ormai non ci passo
più da quando la prima volta ho fatto
lo sbaglio di ascoltarti, di pensare che fosse
il tuo sguardo a far mosse
da puttana, quando invece fu il patto
ch’io strinsi libero a sbattermi in cella:
dammi, se vuoi, l’ergastolo
(tanto ormai, in questo guasto
che vivo, aspetto solo chi t’espella).

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19 giugno 2009 di Marco Aurelio
arreso
Bene, facciamo il conto, di ogni cosa
che mi han lasciato questi anni di folle
sogno di te, che ancora e sempre tolleri
le mie chiamate perse
quasi non t’accorgessi del dolore
che danno. Una è, a notte fonda, la posa
sul tuo corpo a inseguirne le diverse
curve e tutte le spore
che aspirai dal tuo petto
guardandoti in viso per il dispetto
del giorno dopo. Poi le sere assieme,
le sbornie e i mal di testa, la tua doccia
e il mio sguardo indiscreto;
e poi le mani, gli abbracci, la goccia
che ogni giorno t’offrivo dal tappeto
di tutte le volte che avrei voluto,
dio mio, voluto dirti quanto preme
con te un solo minuto,
un solo bacio vero
tra i mille che mi presi col pensiero
d’un amico, e nemmeno dei migliori.
Ecco, è tutto. Che mi resta, qui fuori?

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15 giugno 2009 di Marco Aurelio
spaurito
Ancora non capisco se fedele
t’è fino in fondo il vuoto che mi lasci
mentre scalcio per strada i sassi e penso
che ora potrei chiamarti
e dirti il mio segreto, e invece biascico
al telefono il fiele
che resta qui con me. Dalle mie parti
mi chiamo pavido, ma ha ancora senso
ricorrere ai ripari
se hai il telefono spento e non impari
a dovere i segnali che ti mando?
Già, la natura mi ha proprio giocato…
Ci ho provato a barare, a farle credere
di esser lei la sbagliata,
ma lei è pure tutti gli altri, il prato
di trifogli, il comando
della specie, ed io la strada deviata
per te, la foglia cui nego la fede
che merita; e non posso
altro che credermi carne da fosso
quando assaggio il tuo odore anche se dormi
cento porte più in là, vicino al solo
respiro che ti cura, il tuo trifoglio
per la vita. Ma, dopo
tutti gli anni che appena sveglio volo
in bagno in preda a stormi
di desiderio e ti piango e ti scopo,
dolce amor mio, non so ancora se voglio
svelarti la mia foglia
segreta oppure tenermi la voglia
di dirti quanto sia dolce tenerla
per te in serbo in un silenzio di perla.

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13 giugno 2009 di Marco Aurelio
disilluso
Chi resta, dopo la tormenta? Il nero
che cuoce il sole, il pianto
caduto dal pieno dei sogni, il tanto
cuore che basti al destino, il sincero
cordoglio: tutto questo non fa al caso
dei superstiti; al massimo, potresti
far finta, coglier questi
feticci e farti una faccia persuaso
tu stesso che sia tua sul serio. Bravo
scemo. Come se fosse
vero che sei sfuggito, che le fosse
non t’inghiottirono, che non sei schiavo
in eterno del gelido rovente
pensiero d’esser vivo nonostante
tutto, e che tutte quante
le volte hai risposto
………………………………….(-Ci sei? – Presente!)

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10 giugno 2009 di Marco Aurelio
rassegnato
Forse un giorno salperò alla ventura
del tuo fondo sorriso
lungo un secolo d’onde, e forse inciso
terrò il tempo nel legno nell’impura
brama di sempre averti solo, mia
sola sirena di sempre lontana
che l’ìnfera caldana
di te privi e riempi di gelosia
assente le mie notti, le mie tetre
albe consunte. E i canti
buî, la voce argentina, i distanti
barlumi giù sul fondo… – qui le pietre
tritano il cuore e la carne, ed il vento
scava il volto che ti spera aspettata
in letti d’altra ondata
attesa, qui solo attendo più spento
l’ultimo fiato sperduto tra le onde:
ma nulla da lontano mi risponde.

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8 giugno 2009 di Marco Aurelio
dubbioso
Qui, dove latiti, è davvero il vuoto
millantato? Sì, a prima vista sembra
che sia svanito il tuo viso e le membra
delle nuvole non bastino al noto
desiderio d’averti qui. Ma il fuoco
che s’alza di lassù… La luce sghemba
da dove spìano i tuoi occhi arremba
già la tua assenza: e questo ti par poco?
Certo, è contorta senza te la strada,
e mi hanno detto cercalo, fa’ finta,
almeno; ma davvero credo incinta
la mia mente per questo parto? Vada
come vada, una almeno sarà dritta,
di strada: questa lancinante fitta
al cuore che ti sa ma non ti crede
perché mai l’ha sofferta, lui, la fede.
Che fede, poi? Chiedilo, a quanti sanno
(loro!) quanto mi ami – quanta fretta hanno
ch’io creda… No, grazie; per conto mio
stimo troppo, per crederci, il mio dio.

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4 giugno 2009 di Marco Aurelio
col pensiero
Poi che partisti e nessuno sa ancora
i lutti che portasti
via di qui, né la strada dei più casti
pensieri che guidarono la fuga,
poi che il tuo nome di vetro s’asciuga
ancora nel mio sonno e disindora
la tela dei sentieri
misteriosi che furono la vita
dei tuoi giorni, io ti cerco tra i più veri
sogni, conto di continuo le dita,
il veloce odore della tua voce
che rimane e non rimane, che cuoce
nella notte e mi svola
via di qui, sulla strada dei più tristi
cammini, dove cerco la tua sola
via per i lutti da cui non uscisti.

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2 giugno 2009 di Marco Aurelio
da G., con affetto
Ecco, nessuno mai avrebbe creduto
che tutto divenisse così puro
dopo il vento che incendia
le cose in mano, ma io non ho ceduto
d’un solo passo in faccia al mio futuro
e tu, tu invece tendi a
farti problemi inutili, a cercare
sempre il pelo nell’uovo,
a calcolare ogni mossa di nuovo,
e poi piangi, lamenti la tua lotta
col mondo, e non permetti che qualcuno
ti dica che per tutto
o quasi c’è un’uscita e basta, rotta
la campana di vetro, rifarti uno
con te: credi che il lutto
non fuggirebbe lasciandoti solo
coi tuoi intatti timori,
sì, ma scagliandoti, al volo, qui fuori?
Io certo non verrò col mio martello
a romperti le uova nel paniere,
ma tu poi non venire
da me a cercar conforto: qui sta il bello:
vivere soli e riuscire a temere
sconfiggendo le spire
del destino – soltanto questo posso
permettermi di dirti:
salta il fosso e (poi!) prova a non ferirti.

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1 giugno 2009 di Marco Aurelio
a mezza voce ed un unico respiro
Amarti allora, quando ti pensavo
solo fuori dal vento che m’apriva
di squarci, lì, sulla fumida riva
dei miei pensieri, amarti nel più cavo
cantone del mio cuore dove un bravo
rancore ti sospinse, o nella stiva
guasta di secoli da dove usciva
per cercarmi il tuo nome mentre stavo
con me in silenzio, come amarti allora,
dolce nemica, come avere il viso
di capirti e condurti (io, ucciso
da sempre!) al porto che brami ove indora,
da sempre intriso, il tuo viso e si scosta
d’un passo l’ombra che t’eri disposta?

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31 maggio 2009 di Marco Aurelio
a mezza voce ed un unico respiro
Vedi: soltanto ora che non ti vedo
intrecciare i tuoi lugubri sospiri
col vento che ti visse, ora che ai giri
tortuosi dei tuoi vicoli di te do-
mandomi alla memoria, ora che cedo
l’ultimo mio risveglio a quei martìri
che poi mi desti e tu, indifesa, spiri
nel tuo sonno – ora soltanto ti vedo
davvero: il tuo nome scrivo, un intero
e sciolto pianto sui fogli gualciti
che l’invocano, i mille mari usciti
di cui sempre moristi – e il mistero
ch’io fui vivo per te che, morta, vita
mi fosti per tentare la partita.

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30 maggio 2009 di Marco Aurelio
a mezza voce ed un unico respiro
Mai ti videro sola, allontanata
dal mondo che ripudi e pur ribrami
tetra, ma forse di notte intonata
un tempo fu la tua canzona d’ami
arrugginita, e folta una sfumata
impietosa ti giunse, ruppe i rami
che spietata ricami, e una virata
svelse per sempre le brumose fami
di luce. E se pietra fosti più dura
un giorno di tra i rivi che pungenti
t’innervano di nebbia, ora pur senti
l’acqua che ti sostiene ed i suoi stenti
sospiri, e lasci la vita (l’impura
sua lenza) a uccider la via spazzatura.

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28 maggio 2009 di Marco Aurelio
meditabondo
No, in effetti ancora non ci sappiamo,
ma dopo tutto è anche
vero che non importa
restar fedeli a un viso, sulla porta,
che tutti prenda all’amo.
Che siamo vittime, voraci e stanche,
o carnefici, poco conta il nome
che ci diamo, e meno il muso che incauto
si sporge al gelo degli altri. Il tuo flauto,
disfatto, ha smesso il suono, però il come
o il quando, questo, se non tu, nessuno.
Vedi, il giorno fa corte
le cose, e solitari
l’emergenza. Consumate le scorte,
non resta che qualcuno
bussi a forza, ma i fari
che un tempo ti cercavano hanno smesso
e rimosso le navi il salvataggio.
Resta qui, qui ricerca un altro viaggio.
Non rompe più fuoco dal cielo spesso.
(Da qui parta il tuo gioco)

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27 maggio 2009 di Marco Aurelio
stizzito
Bene, mettiamo che davvero il pianto
che piango fosse questo
nostro volerci perdere al più presto,
la voglia d’esserci visti soltanto
di striscio tra le strisce del vestito
che avevamo, mettiamo anche che, uscita
l’aria rimasta, tu sarai partita
sul serio, sì, mettiamo pure il dito
nella piaga, facciamoci più male
che possiamo: va bene, sofferenza
quanta ne vuoi, ché senza
non brucerei, però – dimmi… – a te: quale
vittoria mai ti spetta? E poi, io bramo
questa piaga che tormento: tu lascia
l’empio che trovi, vola altrove, fascia
qualcun altro, soltanto piglia all’amo
chi sul serio ti chiama, e per te fruga
la terra – non me, non questa mia guerra
vana, non la mia fuga.

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