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Bestemmia

rancoroso

Che c’è? Che cerchi ancora? Non ti basta
presentarti da sempre negli attimi peggiori?
E anche adesso, qui fuori,
quando fuggo gli altri e te pure assieme
a loro, vieni e parli, tu, la casta
vestale che mi preme
sempre a sé, ma non tace;
dimmi: che ti costa lasciarmi in pace?

Che vuoi? Parole? ‘Amore’? Vuota il sacco
e poi sparisci, vattene, non stare più a seccarmi!
Ma cosa dico… Di armi
non ne ho poi così tante da costringerti
a sfuggirmi, e tu godi a far la sfinge,
e minacci lo scacco
del cuore ad ogni passo
tra i tuoi occhi, anche se ormai non ci passo

più da quando la prima volta ho fatto
lo sbaglio di ascoltarti, di pensare che fosse
il tuo sguardo a far mosse
da puttana, quando invece fu il patto
ch’io strinsi libero a sbattermi in cella:
dammi, se vuoi, l’ergastolo
(tanto ormai, in questo guasto
che vivo, aspetto solo chi t’espella).

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Catalogo

arreso

Bene, facciamo il conto, di ogni cosa
che mi han lasciato questi anni di folle
sogno di te, che ancora e sempre tolleri
le mie chiamate perse
quasi non t’accorgessi del dolore
che danno. Una è, a notte fonda, la posa
sul tuo corpo a inseguirne le diverse
curve e tutte le spore
che aspirai dal tuo petto
guardandoti in viso per il dispetto

del giorno dopo. Poi le sere assieme,
le sbornie e i mal di testa, la tua doccia
e il mio sguardo indiscreto;
e poi le mani, gli abbracci, la goccia
che ogni giorno t’offrivo dal tappeto
di tutte le volte che avrei voluto,
dio mio, voluto dirti quanto preme
con te un solo minuto,
un solo bacio vero
tra i mille che mi presi col pensiero

d’un amico, e nemmeno dei migliori.
Ecco, è tutto. Che mi resta, qui fuori?

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A buon intenditor

spaurito

Ancora non capisco se fedele
t’è fino in fondo il vuoto che mi lasci
mentre scalcio per strada i sassi e penso
che ora potrei chiamarti
e dirti il mio segreto, e invece biascico
al telefono il fiele
che resta qui con me. Dalle mie parti
mi chiamo pavido, ma ha ancora senso
ricorrere ai ripari
se hai il telefono spento e non impari

a dovere i segnali che ti mando?
Già, la natura mi ha proprio giocato…
Ci ho provato a barare, a farle credere
di esser lei la sbagliata,
ma lei è pure tutti gli altri, il prato
di trifogli, il comando
della specie, ed io la strada deviata
per te, la foglia cui nego la fede
che merita; e non posso
altro che credermi carne da fosso

quando assaggio il tuo odore anche se dormi
cento porte più in là, vicino al solo
respiro che ti cura, il tuo trifoglio
per la vita. Ma, dopo
tutti gli anni che appena sveglio volo
in bagno in preda a stormi
di desiderio e ti piango e ti scopo,
dolce amor mio, non so ancora se voglio
svelarti la mia foglia
segreta oppure tenermi la voglia

di dirti quanto sia dolce tenerla
per te in serbo in un silenzio di perla.

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Scongiuro

disilluso

Chi resta, dopo la tormenta? Il nero
che cuoce il sole, il pianto
caduto dal pieno dei sogni, il tanto
cuore che basti al destino, il sincero
cordoglio: tutto questo non fa al caso
dei superstiti; al massimo, potresti
far finta, coglier questi
feticci e farti una faccia persuaso

tu stesso che sia tua sul serio. Bravo
scemo. Come se fosse
vero che sei sfuggito, che le fosse
non t’inghiottirono, che non sei schiavo
in eterno del gelido rovente
pensiero d’esser vivo nonostante
tutto, e che tutte quante
le volte hai risposto
………………………………….(-Ci sei? – Presente!)

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Forse un giorno

rassegnato

Forse un giorno salperò alla ventura
del tuo fondo sorriso
lungo un secolo d’onde, e forse inciso
terrò il tempo nel legno nell’impura
brama di sempre averti solo, mia
sola sirena di sempre lontana
che l’ìnfera caldana
di te privi e riempi di gelosia

assente le mie notti, le mie tetre
albe consunte. E i canti
buî, la voce argentina, i distanti
barlumi giù sul fondo… – qui le pietre
tritano il cuore e la carne, ed il vento
scava il volto che ti spera aspettata
in letti d’altra ondata
attesa, qui solo attendo più spento

l’ultimo fiato sperduto tra le onde:
ma nulla da lontano mi risponde.

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Professione

dubbioso

Qui, dove latiti, è davvero il vuoto
millantato? Sì, a prima vista sembra
che sia svanito il tuo viso e le membra
delle nuvole non bastino al noto
desiderio d’averti qui. Ma il fuoco
che s’alza di lassù… La luce sghemba
da dove spìano i tuoi occhi arremba
già la tua assenza: e questo ti par poco?
Certo, è contorta senza te la strada,
e mi hanno detto cercalo, fa’ finta,
almeno; ma davvero credo incinta
la mia mente per questo parto? Vada
come vada, una almeno sarà dritta,
di strada: questa lancinante fitta
al cuore che ti sa ma non ti crede
perché mai l’ha sofferta, lui, la fede.
Che fede, poi? Chiedilo, a quanti sanno
(loro!) quanto mi ami – quanta fretta hanno
ch’io creda… No, grazie; per conto mio
stimo troppo, per crederci, il mio dio.

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Poi che partisti

col pensiero

Poi che partisti e nessuno sa ancora
i lutti che portasti
via di qui, né la strada dei più casti
pensieri che guidarono la fuga,
poi che il tuo nome di vetro s’asciuga
ancora nel mio sonno e disindora
la tela dei sentieri
misteriosi che furono la vita
dei tuoi giorni, io ti cerco tra i più veri
sogni, conto di continuo le dita,
il veloce odore della tua voce
che rimane e non rimane, che cuoce
nella notte e mi svola
via di qui, sulla strada dei più tristi
cammini, dove cerco la tua sola
via per i lutti da cui non uscisti.

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